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SUMMARY:UN PO' MENO FANTASMA
DESCRIPTION:terzo capitolo del progetto triennale de La libertà dei ciottoli\nun progetto di Kronoteatro + Francesca Sarteanesi\nideazione Tommaso Cheli\ndrammaturgia Tommaso Cheli / Francesca Sarteanesi\nregia Francesca Sarteanesi\ncon Tommaso Bianco\nscene e costumi Rebecca Ihle\nresponsabile tecnico Alex Nesti\nsupervisione progetto Maurizio Sguotti\nproduzione Kronoteatro\ncoproduzione Teatro Nazionale di Genova \ncon il sostegno di PimOff\, Spazio ZUT!\, L’arboreto/Teatro Dimora\, Teatro Moderno di Agliana\, Gli Scarti/Fuori Luogo \n\nMarcello non riesce a stare al passo: sente troppo\, vede troppo. La sua sensibilità lo espone e lo isola\, schiacciato dalla superficialità di chi lo circonda. Un lavoro affascinante su quando essere delicati diventa una forma di resistenza.\n\n\n\nSensibilità\, delicatezza emotiva e una percezione del mondo fuori misura rispetto al contesto che la circonda. Al centro c’è Marcello\, un uomo ordinario ma segnato da una particolare fragilità: parla a voce molto bassa\, abita il mondo con discrezione\, quasi in sottrazione. Una modalità di stare nelle relazioni che ha inevitabilmente influenzato la sua vita personale\, affettiva e lavorativa. \nAttraverso un flusso monologante intimo e continuo\, emerge il ritratto di un uomo consapevole della propria differenza\, ma mai disposto a considerarla una forma di debolezza. La sua sensibilità non assume i tratti della rinuncia o della marginalità\, ma diventa uno sguardo limpido e raffinato sulla realtà\, destinato a scontrarsi con il torpore e la grossolanità del mondo circostante. \nUno spettacolo poetico che costruisce un paesaggio umano fatto di silenzi\, scarti e delicatezze\, in cui la sensibilità si fa spazio di resistenza contro la brutalità del vivere contemporaneo.
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SUMMARY:HOTEL DALIDA
DESCRIPTION:di e con Roberta Lidia De Stefano\nideazione e spazio scenico Roberta Lidia De Stefano\ntesto e dramaturg Irene Petra Zani\ndisegno del suono e composizioni musicali Roberta Lidia De Stefano e Gerarda Avallone\ndisegno luci Serena Serrani\ndirezione tecnica Silvia Laureti\nscene e costumi Roberta Lidia De Stefano realizzati da Erika Carretta\nassistente Sofia Murari\nfotografie e video in scena Serena Serrani\ntraduzione liriche e sopratitoli Roberta Lidia De Stefano\nproduzioni indipendenti Ro.se / Brugole & co. / Lecite Visioni \ncon il sostegno di Teatro dei Filodrammatici Milano / foyer residenze / Sementerie Artistiche \n\nPrimavera araba. Iolanda\, una reporter di guerra\, viene rinchiusa in una stanza d’hotel. L’unica voce che arriva da fuori è la musica di Dalida. Omaggio a Marie Colvin\, giornalista uccisa nel 2012\, Oriana Fallaci\, Anna Politkovskaja. Un viaggio nell’intimità pubblica e privata di una donna intrappolata nello scenario della guerra che ha visto. La Vocazione è il nodo che unisce Dalida alla Reporter: entrambe chiamate – voce e corpo – a farsi “testimoni” della realtà\, costi quel che costi.\n\n\n\nDurante la primavera araba una reporter di guerra si ritrova prigioniera in una stanza d’albergo al Cairo\, senza memoria del proprio rapimento e senza alcuna possibilità di contatto con l’esterno. In questo spazio chiuso e sospeso\, l’unica presenza che la accompagna è una voce delle canzoni di Dalida\, che provengono dalla stanza accanto. \nLa pluripremiata Roberta Lidia De Stefano dà voce e corpo a una figura sospesa\, attraversando un progressivo slittamento tra realtà e visione. Ciò che inizialmente si manifesta come un’eco martellante si trasforma in un dialogo sempre più intimo\, facendo emergere profonde affinità tra la reporter e la celebre artista: una vocazione totalizzante\, la fuga dalle proprie origini\, la ricerca di una verità da restituire al pubblico\, fino alla rinuncia a una dimensione personale e identitaria come la maternità. In questo intreccio\, l’intuito visionario di Dalida e l’urgenza testimoniale della reporter convergono in un’unica figura\, una Tiresia contemporanea sospesa tra desiderio di vedere oltre il reale e incapacità di guardare dentro di sé. \nHotel Dalida è uno spazio di confine e di memoria\, in cui identità e narrazione si disgregano e si ricompongono\, mentre le canzoni della celebre interprete\, rielaborate in chiave contemporanea e cantate dal vivo dall’attrice\, attraversano la scena trasformando la stanza in un teatro di guerra interiore\, dove mourir sur scène e morire sul campo diventano le due facce d’una stessa tensione.
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SUMMARY:QUI VIVREMO BENE una drammaturgia originale sull'emergenza abitativa
DESCRIPTION:Di Luigi Vittoria\nCon Elisa Grilli e Tommaso Russi\nUna co-produzione Dopolavoro Stadera e Argot Produzioni\nDisegno luci di Chiara Senesi e Desideria Angeloni\nFoto e video di Anna Minor\nProgetto vincitore del festival OVER 2025\nCon il sostegno di Pim Off\, Teatro Argot \, NEST Teatro e Fertili Terreni \n\nMilano\, quartiere Giambellino: servizi assenti\, case vuote\, vite sospese. Si aspetta davanti a porte chiuse\, mentre dentro nessuno abita. Poi la scelta si impone: rispettare la legge o sopravvivere. E allora si entra. Si occupa.\n\n\n\nUna casa può diventare un privilegio\, un quartiere può trasformarsi in un campo di battaglia e il diritto ad abitare può finire al centro di uno scontro politico\, sociale e umano. \nQui vivremo bene nasce dalle vicende che nel 2018 hanno attraversato il quartiere milanese del Giambellino\, tra sgomberi\, arresti e mobilitazioni per il diritto alla casa. A partire dalle testimonianze raccolte sul campo — in particolare attraverso gli incontri con gli attivisti del Comitato Abitanti Giambellino — lo spettacolo si addentra nelle crepe dell’edilizia popolare\, dando voce a chi vive quotidianamente le tensioni di una città sempre più difficile da abitare. \nLa drammaturgia si costruisce per frammenti e prospettive che si rincorrono e si scontrano. Alle storie del Comitato si intrecciano episodi che raccontano le trasformazioni urbane\, l’erosione dei diritti\, la precarietà crescente e le nuove forme di esclusione. Accanto alla dimensione collettiva emergono racconti personali\, in cui le biografie individuali diventano il riflesso di un disagio condiviso. \nAttraverso linguaggi e dispositivi scenici differenti\, Qui vivremo bene compone il ritratto di una città attraversata da contraddizioni profonde. Più che raccontare una crisi abitativa\, lo spettacolo interroga ciò che una casa rappresenta oggi: non soltanto un tetto\, ma la possibilità di appartenere a un luogo\, di costruire relazioni\, di immaginare un futuro.
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DESCRIPTION:Di Luigi Vittoria\nCon Elisa Grilli e Tommaso Russi\nUna co-produzione Dopolavoro Stadera e Argot Produzioni\nDisegno luci di Chiara Senesi e Desideria Angeloni\nFoto e video di Anna Minor\nProgetto vincitore del festival OVER 2025\nCon il sostegno di Pim Off\, Teatro Argot \, NEST Teatro e Fertili Terreni \n\nMilano\, quartiere Giambellino: servizi assenti\, case vuote\, vite sospese. Si aspetta davanti a porte chiuse\, mentre dentro nessuno abita. Poi la scelta si impone: rispettare la legge o sopravvivere. E allora si entra. Si occupa.\n\n\n\nUna casa può diventare un privilegio\, un quartiere può trasformarsi in un campo di battaglia e il diritto ad abitare può finire al centro di uno scontro politico\, sociale e umano. \nQui vivremo bene nasce dalle vicende che nel 2018 hanno attraversato il quartiere milanese del Giambellino\, tra sgomberi\, arresti e mobilitazioni per il diritto alla casa. A partire dalle testimonianze raccolte sul campo — in particolare attraverso gli incontri con gli attivisti del Comitato Abitanti Giambellino — lo spettacolo si addentra nelle crepe dell’edilizia popolare\, dando voce a chi vive quotidianamente le tensioni di una città sempre più difficile da abitare. \nLa drammaturgia si costruisce per frammenti e prospettive che si rincorrono e si scontrano. Alle storie del Comitato si intrecciano episodi che raccontano le trasformazioni urbane\, l’erosione dei diritti\, la precarietà crescente e le nuove forme di esclusione. Accanto alla dimensione collettiva emergono racconti personali\, in cui le biografie individuali diventano il riflesso di un disagio condiviso. \nAttraverso linguaggi e dispositivi scenici differenti\, Qui vivremo bene compone il ritratto di una città attraversata da contraddizioni profonde. Più che raccontare una crisi abitativa\, lo spettacolo interroga ciò che una casa rappresenta oggi: non soltanto un tetto\, ma la possibilità di appartenere a un luogo\, di costruire relazioni\, di immaginare un futuro.
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SUMMARY:LE TRE CICORIANE Una fiaba nera della tradizione calabrese
DESCRIPTION:liberamente tratto dalla fiaba calabrese Le tre raccoglitrici di cicoria raccolta da Letterio Di Francia\n(“Fiabe e novelle calabresi” – Donzelli Editore\, 2015) \ntesto\, interpretazione\, spazio scenico\, disegno luci\, costumi e regia Dario De Luca\nsonorizzazioni elettroacustiche originali eseguite dal vivo Gianfranco De Franco\nluci Vincenzo Parisi\noggetti di scena e allestimento Giovanni Spina\norganizzazione e amministrazione Tiziana Covello\ndistribuzione Egilda Orrico\nproduzione Scena Verticale\ncon il sostegno di CURA (centro umbro delle residenze artistiche) e Spazio MAI – Movement Art Is – Perugia\nun grazie a Teatro della Chimera\, Castrovillari (CS) e a Cubo Teatro\, Torino \n\nUna madre e tre figlie scavano la terra per sopravvivere ma sotto le radici si apre un abisso. Una dopo l’altra\, le sorelle scompaiono: resta Mariuccia\, che guarda l’orrore negli occhi e non arretra. Un’arcaica e feroce fiaba calabrese sul coraggio femminile.\n\n\n\nDopo le vicissitudini della Reginotta in Re Pipuzzu fattu a manu e le fantasie irriverenti di Tirisina ne I 4 desideri di Santu Martinu \, con Le tre Cicoriane Dario De Luca chiude una trilogia dedicata alla riscoperta della fiaba calabrese\, tornando alla raccolta di Letterio Di Francia. \nIn questa storia ci sono una madre con tre figlie e la fame addosso. Per sopravvivere strappano cicoria alla terra\, radice dopo radice. Poi\, un giorno\, la terra si apre davvero: sotto un cespo\, una botola. Teresina scende – e sparisce. Concetta la segue e scompare anche lei. Resta Mariuccia. L’ultima. Non la più forte\, ma la più lucida. Quella che guarda meglio\, che capisce prima. Scende anche lei ma stavolta il gioco cambia: l’astuzia contro l’orrore\, la fame contro ciò che la divora. Quella che si spalanca è una fiaba nera\,  un racconto che affonda nel cannibalismo arcaico\, nella violenza primordiale\, in un sottosuolo dove il tempo si deforma e l’umano si incrina. \n\n\n\n\n\n\n\n\nDario De Luca attraversa registri\, accende corpi e voci\, è un narratore infaticabile che scava e sprigiona figure pagane e perturbanti: presenze femminili che non stanno ai margini\, ma guidano\, decidono\, spostano gli equilibri. Sono loro a stare avanti\, a dettare il passo\, a mettere in crisi — e spesso a educare — i maschi coprotagonisti delle storie.
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SUMMARY:LE TRE CICORIANE Una fiaba nera della tradizione calabrese
DESCRIPTION:liberamente tratto dalla fiaba calabrese Le tre raccoglitrici di cicoria raccolta da Letterio Di Francia\n(“Fiabe e novelle calabresi” – Donzelli Editore\, 2015) \ntesto\, interpretazione\, spazio scenico\, disegno luci\, costumi e regia Dario De Luca\nsonorizzazioni elettroacustiche originali eseguite dal vivo Gianfranco De Franco\nluci Vincenzo Parisi\noggetti di scena e allestimento Giovanni Spina\norganizzazione e amministrazione Tiziana Covello\ndistribuzione Egilda Orrico\nproduzione Scena Verticale\ncon il sostegno di CURA (centro umbro delle residenze artistiche) e Spazio MAI – Movement Art Is – Perugia\nun grazie a Teatro della Chimera\, Castrovillari (CS) e a Cubo Teatro\, Torino \n\nUna madre e tre figlie scavano la terra per sopravvivere ma sotto le radici si apre un abisso. Una dopo l’altra\, le sorelle scompaiono: resta Mariuccia\, che guarda l’orrore negli occhi e non arretra. Un’arcaica e feroce fiaba calabrese sul coraggio femminile.\n\n\n\nDopo le vicissitudini della Reginotta in Re Pipuzzu fattu a manu e le fantasie irriverenti di Tirisina ne I 4 desideri di Santu Martinu \, con Le tre Cicoriane Dario De Luca chiude una trilogia dedicata alla riscoperta della fiaba calabrese\, tornando alla raccolta di Letterio Di Francia. \nIn questa storia ci sono una madre con tre figlie e la fame addosso. Per sopravvivere strappano cicoria alla terra\, radice dopo radice. Poi\, un giorno\, la terra si apre davvero: sotto un cespo\, una botola. Teresina scende – e sparisce. Concetta la segue e scompare anche lei. Resta Mariuccia. L’ultima. Non la più forte\, ma la più lucida. Quella che guarda meglio\, che capisce prima. Scende anche lei ma stavolta il gioco cambia: l’astuzia contro l’orrore\, la fame contro ciò che la divora. Quella che si spalanca è una fiaba nera\,  un racconto che affonda nel cannibalismo arcaico\, nella violenza primordiale\, in un sottosuolo dove il tempo si deforma e l’umano si incrina. \n\n\n\n\n\n\n\n\nDario De Luca attraversa registri\, accende corpi e voci\, è un narratore infaticabile che scava e sprigiona figure pagane e perturbanti: presenze femminili che non stanno ai margini\, ma guidano\, decidono\, spostano gli equilibri. Sono loro a stare avanti\, a dettare il passo\, a mettere in crisi — e spesso a educare — i maschi coprotagonisti delle storie.
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LOCATION:Teatro fontana\, Via Gian Antonio Boltraffio\, 21\, Milano\, MI\, 20159\, Italy
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